All’Ombra Dell’Etna – Agata Vinciguerra

Recensione de “All’ombra dell’Etna” di Agata Vinciguerra

A voler seguire una traccia con disperata perseveranza, per poi perdersi e districarsi
nel groviglio al quale questa inevitabilmente conduce, ci sarebbe di certo un gran
materiale su cui lavorare, specie in una città come Catania. Dunque, se Agata
Vinciguerra ha deciso di innestare i germogli dei propri racconti nella sua città, non è
di certo per penuria di storie “reali”, quanto per quel desiderio di adornare ciò che si
ama, e che forse si vede ferito. Senza, però, edulcorarlo, restituendone luci e ombre
con giustizia.
Un carattere, più di tutti, si afferma con implacabile ostinazione all’interno dei racconti,
e forse persino malgrado il volere dell’autrice: il soprannaturale. L’elemento magico
emerge con prepotente dolcezza, evapora dalle pagine per poi condensarsi in un
oggetto – il giornale, il candelabro, l’orologio, il circo – , che si tramuta poi in un vortice
dentro cui le vicende inevitabilmente spiraleggiano, trascinando con sé trama e
personaggi. Le azioni dei protagonisti, invece, sembrano guidate da forze alterne:
talvolta essi osservano passivamente il soprannaturale manifestarsi sotto i propri
occhi, vedasi L’uomo che parlava agli orologi; altre volte reagiscono cercando di
manipolarlo a proprio vantaggio, come ne La schedina del Totocalcio; in altri casi ne
sono vittime inconsapevoli, come in Merce d’antiquariato. Infine, nell’ultimo racconto,
probabilmente il più sentito e autobiografico, l’autrice svela a se stessa e ai lettori le
proprie carte, facendo assurgere la magia a primattrice. A sua volta, essa non può che
attecchire nella mente fertile e incorrotta di due bambini, Nino e Vincenzo, che ne
divengono così gli allegri comprimari. Al di là dello stile, spesso gustoso, teatrale,
ironico, variopinto, la vera cifra dell’opera è la compassione – nel senso più vero ed
etimologico – dell’autrice per i propri personaggi: uomini, donne e bambini che nel
corso della sua vita ha incrociato, conosciuto, toccato, assaporato. Nel tentativo di
abbozzare un ritratto – colorato da una lieta malinconia per quei “bei tempi andati” – ,
di una Catania di cui, nonostante tutto, qualcosa resiste ancora, Agata Vinciguerra ci
offre uno spaccato di vita intenso, a tratti commovente, della città e delle sue persone,
spruzzato di una spensieratezza che alleggerisce e fa sorridere.

Alessandro Agugliaro

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